Il Commento

25. Per la riorganizzazione politica e per la ricostruzione economica dell'Europa

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Per la riorganizzazione politica e per la ricostruzione economica dell’Europa

1. Alla fine dell’altra guerra, le distruzioni in Europa erano limitate a zone di frontiera in Francia nel Belgio in Italia e in alcune regioni dei Balcani e dell’Est. Questa volta, con l’eccezione di quattro paesi neutrali, che hanno nella vita economica del continente una posizione minore, le industrie i trasporti i porti dell’Europa continentale fino ai confine della Russia europea sono, in gran parte, in rovina. Vaste zone agricole sono rimaste prive degli strumenti di lavoro del bestiame, delle scorte; altre bonificate, con un lavoro di generazioni, sono di nuovo invase dalle acque.

La ricostruzione non può essere compiuta che con due sistemi: con piani e opere isolati, paese per paese, con i quali si è tratti a rifare alacremente ciò che esisteva oppure con piani e opere unitari, tenendo presente le profonde modificazioni, che la guerra ha determinato nella struttura economica degli altri continenti con l’aumentata capacità produttiva delle industrie e dell’agricoltura e il bisogno di mantenere un’altra attività industriale, necessaria per occupare la numerosa popolazione europea. Ci saranno industrie e lavorazioni ormai superflue, ma resteranno industrie vitali ed altre potranno essere sviluppate e create.

L’area, che dovrebbe essere compresa in questo piano unitario, dovrà essere definita in relazione alla struttura economica del Continente: le risorse, gli scambi, i trasporti. La Gran Bretagna è il paese, che può dare il maggiore concorso a realizzare un’economia europea e a fare si  che questa operi senza difficoltà .

La crisi del ’29

2. Dopo l’altra guerra, la ricostruzione economica si fece indipendentemente, paese per paese.  Si ricostruì e si ingrandì tutto ciò che era stato distrutto, si rimise in marcia tutto ciò che era stato fermato. Non si tenne conto del processo di industrializzazione iniziato e accresciuto negli altri continenti, né, sopra tutto, della maggiore potenzialità industriale degli Stati Uniti, del Canadà , dell’Australia, del Giappone. La crisi del ’29 fu la condanna di questa politica. La sovrapproduzione industriale  ed agricola fece risorgere, a cominciare dal 1930, il mercantilismo, con il controllo del commercio, il controllo dei cambi, le limitazioni dure alla immigrazione. Gli stati intervennero nell’attività economica, che assunse così un carattere politico, perdette il suo ruolo tradizionale di avvicinamento fra i popoli e divenne un campo di dissidi e di contese. Le forze economiche furono soffocate e deviate. Risorse il problema del possesso delle fonti di approvvigionamento e dei mercati di sbocco, riapparve il problema coloniale, vennero le autarchie, sorse la teoria degli spazi vitali. Questa è la situazione economica, che è nello sfondo del conflitto attuale.

   I Governi europei esiliati, che tornano adesso ai loro paesi e quelli che raccolgono l’eredità della guerra sono tratti, dalle distruzioni e dall’odio, al nazionalismo economico, il quale genera le autarchie e prepara il ritorno al triste periodo fra il 1918 e il 1939.

 

Opportunità di un Consiglio economico europeo

3. Le tre potenze vittoriose, che hanno il compito di riorganizzare l’Europa  e che dovranno cooperare a rifarne gli strumenti e i mezzi di lavoro,  hanno indicato, con la Carta dell’Atlantico e le conclusioni della conferenza di Hot Springs, i principi che dovranno reggere l’economia mondiale: l’accesso alle materie prime in condizioni eguali per tutti, lo scambio dei prodotti a seconda delle produzioni più economiche e redditizie e proprie dei vari paesi. Questi principi non potrebbero essere applicati in un’Europa, che tornasse alla protezione, ai controlli, all’intervento statale nell’economia. Essi invece potrebbero costruire le norme per riedificare l’Europa con un piano e con una direzione unitari.

Le tre grandi potenze dovrebbero cooperare alla conclusione fra i paesi d’Europa di un accordo per costituire un Consiglio economico europeo, nel quale tutti i paesi sarebbero rappresentati e al quale tutti collaborerebbero e che avrebbe il compito di fissare la nuova struttura economica del Continente. Ad essi inoltre tutti gli stati, abolendo le barriere doganali, sia pure progressivamente in un periodo definito di anni, dovrebbero affidare permanentemente, senza eccezioni e senza condizioni, l’amministrazione doganale, stabilita così ai confini dell’Europa, gli accordi commerciali con gli altri continenti, la creazione e il mantenimento di una nuova moneta comune o un accordo monetario contemporaneo o generale, la gestione e l’amministrazione della grandi comunicazioni internazionali per ferrovia, su strada, per aereo e quelle internazionali telegrafiche telefoniche postali, la ridistribuzione della popolazione. Tutte le altre materie economiche e finanziarie resterebbero alla competenza degli stati. L’accordo e la costituzione e il funzionamento del Consiglio economico potrebbero essere inseriti nei piani, preparati a Dumbarton Oaks.

Rifare prima gli strumenti di lavoro

4. Potrà essere difficile, con il profondo solco d’odio, che la guerra ha scavato fra paesi e paesi, chiedere a questi di cedere tutti i diritti di sovranità a una federazione europea, ma nessuna obiezione e nessun ostacolo dovrebbe frapporsi, dopo la lezione di due guerre devastatrici, alla conclusione di un accordo e alla costituzione di un’organizzazione centrale, che non  ridurrebbe ma accrescerebbe la ricchezza e la potenza di ciascuno e renderebbe possibile una rapida ripresa del lavoro  in Europa con piani organici e logici e con un’azione  concorde  di  tutti i paesi europei.   Solo una parte dei poteri dello Stato verrebbero affidati a questa organizzazione centrale, ma, in compenso con  il libero movimento delle merci, degli uomini, dei capitali non solo si affretterebbe la ripresa, ma questa avverrebbe a costi minori. Si seguirebbe  il processo logico di rifare prima gli strumenti di lavoro: la forza motrice, le comunicazioni, le case, i macchinari: I paesi e le industrie intanto lavorerebbero a rimettere in piedi i popoli vicini e clienti. Non ci sarebbe dispersione di forze: si riedificherebbero e riorganizzerebbero le industrie necessarie, adatte alle risorse ed alle attitudini dei paesi europei e perciò solide, vitali, a bassi costi. Si eviterebbero le industrie e le lavorazioni superflue o costose, i porti e le ferrovie non necessari. Si eliminerebbe ogni radice di attrito e di dissenso e si servirebbe la pace. Tutte le ragioni di conflitto, che dipendevano o si diceva dipendessero da cause economiche, verrebbero eliminate. L’attività industriale agricola e i servizi sarebbero lasciati dentro i vasti limiti del continente, all’iniziativa, e alla competizione individuale. L’Europa sarebbe un grande mercato unico, meglio armonizzato con le necessità dell’organizzazione economica presente, e in questo la concorrenza troverebbe un maggiore spazio e diminuirebbe perciò i prezzi, non sarebbero possibili gli arricchimenti eccezzionali, scomparirebbero né potrebbero riprodursi gruppi monopolistici e privilegiati che sorgono nelle economie ristrette e all’ombra dei controlli statali e che sono stati tanta parte delle discordie internazionali. La democrazia fiorirebbe anche nel campo economico e si servirebbe non solo la pace fra i popoli, ma anche la pace sociale.

La ridistribuzione delle popolazioni

C’è già fra i paesi europei una maggiore complementarietà che fra questi e i paesi degli altri continenti, perché l’economia europea si è formata sulla base dei bisogni dei paesi più vicini. Il periodo fra le due guerre è pieno di tentativi, sebbene non fortunati di unioni economiche fra stati europei ad occidente ed a Oriente: i Paesi Scandinavi e quelli della Piccola Intesa. Accordi europei per materie economiche esistevano fino all’inizio della guerra. C’è già una tendenza ed un movimento deciso verso l’unificazione.

5. Dopo la sconfitta dell’ultima dittatura, ci sarà ancora in Europa una minaccia, che potrà mettere in rischio la ripresa ordinata della vita e l’instaurazione di sistemi democratici di governo: la miseria. Malgrado ogni possibile aiuto da parte delle tre potenze, in un’Europa di stati isolati, ostili, chiusi gli uni agli altri, resterebbero necessariamente delle zone di miseria. A questa guerra può succedere una tragedia ancora maggiore: quella della fame della malattie e con queste un ulteriore regresso fisico e spirituale e la disintegrazione sociale. E’ dalla disperazione e dalle tristi agitazioni della miseria, dall’umiliazione, che si creano quei confusi sentimenti di rivolta, dai quali, più che da uomini singoli, può sorgere la bieca riscossa delle dittature . Con una organizzazione economica unitaria, la più rapida ripresa del lavoro, il libero passaggio delle merci, dei capitali, degli uomini, verrebbe eliminata e, ad ogni modo, ristretta la possibilità che restino e si creino delle zone di miseria.

6. C’è inoltre un problema fondamentale ed urgente, che non può essere risolto in Europa se non in modo unitario: quello della popolazione. Il ritorno dei prigionieri di guerra, dei deportati, degli esiliati, il ritorno nelle regioni distrutte delle popolazioni che hanno fuggito i bombardamenti e la guerra, creerà una situazione che pochi stati potranno risolvere da se.  Si tratta di ridistribuire le popolazioni in tutto il Continente secondo le possibilità e le necessità della ricostruzione, secondo le risorse e gli spazi da sfruttare, secondo infine le zone più compatte di nazionalità . Per una ridistribuzione delle popolazione sono necessari dei piani e un’azione unitari. D’altra parte, con l’abolizione della frontiere nell’interno di Europa, i movimenti della popolazione,sia pure dopo un primo periodo intermedio, ma definito di limitazioni progressivamente decrescenti, non troverebbero ostacolo: ogni cittadino sarebbe accolto in ogni terra con gli stessi diritti e le stesse franchigie  e ciò , da solo, ridurrebbe automaticamente la vastità del problema, stabilirebbe un maggiore rapporto fra popolazione e possibilità di lavoro, ridurrebbe la disoccupazione, determinerebbe progressivamente un assetto delle zone  di nazionalità miste. Il primo ministro inglese, Baldwin, trattando, avanti la guerra delle possibilità di conflitti futuri, affermò che questi potevano sopra tutto derivare dall’eccesso di popolazione: “You may have boundaries of existing countries strained by the growth of population and whose boundaries may break”.

Colonie e miniere

Quel quantitativo marginale di popolazione, che non potesse essere assorbito in Europa né con l’intenso lavoro di ricostruzione dei primi anni, né con la nuova struttura economica unitaria, né con la libera emigrazione stagionale o permanente, dovrebbe trovare collocamento in altri continenti. Questo dovrebbe essere però convenientemente organizzato in accordi fra i paesi d’emigrazione e il Consiglio economico Europeo ed i paesi di immigrazione.  Ove questi dovessero essere delle colonie o delle regioni da aprire al lavoro, gli accordi dovrebbero definire lo status giuridico ei diritti degli immigrati, prevedere la creazione di comunità nuove in piena libertà di vita politica e infine dei privilegi sui prodotti del lavoro, sopra tutto quando questi dovessero essere complementari dei bisogni europei.  Si rinnoverebbe il processo storico di formazione dei Domini inglesi, ma con due elementi fondamentali di più: la popolazione e il metodo pacifico.

 Le questioni coloniali, che risorgono ogni volta che i vecchi paesi europei non possono più assicurare né occupazione stabile, né livello di vita adeguato, verrebbero anch’esse eliminate. Scomparirebbe un altro elemento di inquietudine in Europa e di conflitti nel mondo. Ne sarebbe avvantaggiata l’economia europea e si accrescerebbe la prosperità mondiale.

7. La stessa questione delle frontiere potrebbe essere discussa e risolta in una luce nuova. Che importanza avrebbero le frontiere, gli sbocchi al mare, le vie d’acqua, quando quelle fossero praticamente annullate con il movimento libero delle merci, degli uomini, dei capitali? La stessa separazione fra vincitori e vinti e il trattamento della Germania assumerebbero un aspetto diverso. Tutti i paesi avrebbero diritto e possibilità di una perpetua vigilanza degli uni sugli altri; non potrebbero ristabilirsi barriere o imporsi esclusioni, non ci sarebbero né gruppi di monopolio né gruppi di privilegio, non potrebbe essere alterata la moneta comune con aumenti ingiustificati di circolazione, ci sarebbe perciò un costante controllo reciproco sui bilanci statali, restando tuttavia libera la tassazione o i prestiti, non sarebbe possibile un’utilizzazione non economica delle risorse europee. Le miniere e le industrie della Renania, della Westfalia, della Slesia andrebbero gestite nell’interesse del Continente e la vigilanza continua di tutti i paesi non ne renderebbe possibile l’uso per scopi di guerra. La sanzione di escludere un qualsiasi paese recalcitrante dalla comune organizzazione economica avrebbe un’efficacia più attuale e maggiore di quella che può avere la minaccia della guerra.  Non ci sarebbero più conflitti economici  oscuri o insensati: l’attività economica diverrebbe più aperta e più onesta. Né il Continente, con l’equilibrio continuo fra le necessità degli stati componenti potrebbe costituire, nel suo insieme, una forza aggressiva.

Un’organizzazione economica unitaria potrebbe affrettare l’organizzazione federale del Continente: essa servirebbe a moltiplicare le relazioni e i vincoli fra paese e paese ed a saggiare i benefici di un’attività comune.

 

Una struttura economica e vitale

8. L’Europa potrebbe trovare così la possibilità di una politica economica indipendente.

Le tre potenze hanno bisogno dell’alto consumo europeo per la loro accresciuta capacità produttiva per compiere, rapidamente e con successo, la conversione dell’economia bellica in quella di pace. Se però i paesi europei non potessero riprendere presto il lavoro, le possibilità di consumo dell’Europa non rappresenterebbero per gli Stati Uniti, l’Impero britannico e la Russia un valore economico, ma un peso morto. C’è pertanto un punto fondamentale di armonia fra le potenze e l’Europa.

C’è anche un interesse comune delle tre potenze e dell’Europa a ricostruire il Continente su piani unitari, cioè a dargli una struttura economica più vitale e più solida, ed a fare di questo un grande mercato unico, rendendo possibile così un rapido aumento nel livello della vita. La cooperazione delle tre potenze consisterà principalmente nel rifornimento di viveri ma sopra tutto di macchinari, materie prime o materiali con pagamenti a lunga scadenza.

Una struttura  economica vitale e solida  darà ai creditori una sicurezza maggiore, un più alto livello di vita accrescerà il consumo.

Gli Stati Uniti, ha detto recentemente il presidente Roosevelt, possono triplicare le loro esportazioni di avanti guerra; la Gran Bretagna deve raddoppiarle,; il Canadà che è adesso al terzo posto nel commercio mondiale deve sostituire i clienti di guerra con i clienti di pace.

Solo però portando le sue frontiere ai confini del Continente. l’Europa potrà svolgere  una politica, che armonizzi gli interessi fondamentali extra europei e la enorme superiorità di produzione delle tre potenze con la necessità di mantenere un’altra produzione propria. Stati Uniti, Gran Bretagna e Domini e Russia producevano già , avanti la guerra, oltre il 60 per cento del carbone del ferro dell’acciaio, oltre l’80 per cento del petrolio e dell’oro, possedevano più della metà della marina mercantile, controllavano la metà del commercio mondiale. Con la guerra queste proporzioni sono notevolmente aumentate  sia per la maggiore produzione industriale e agricola negli Stati Uniti, nella Gran Bretagna, nei Domini, sia per il progresso scientifico e il miglioramento della organizzazione tecnica, che si sono invece quasi completamente arrestati nell’Europa assediata. E’ solo con una economia continentale e non di paesi singoli che si può trovare la via ed armonizzare insieme, nel difficile periodo della ripresa, questa enorme superiorità di produzione e di mezzi e la necessaria collaborazione delle tre potenze alla ripresa della vita europea con la mancanza in Europa di qualsiasi forza economica di resistenza o di equilibrio.

L’economia europea è e non può non essere che complementare di quella degli altri continenti. La ricostruzione economica più rapida e la prosperità maggiore sono possibili solo attraverso lo scambio più attivo di merci, di capacità , di esperienze, di risultati con i paesi fuori di Europa, ma occorre tuttavia mantenere nel vecchio Continente  quella quota di attività agricola e industriale, adatta alle possibilità ed alle attitudini dei paesi europei , non soffocare le attività sane e redditizie, non sperdere la somma preziosa di conoscenze  e di preparazione tecnica accumulate in secoli di storia.   L’Europa deve mantenere un alto livello di attività economica, a fine di permettere l’occupazione, in uno spazio ristretto di 11 milioni di kmq., di mezzo miliardo di uomini. E occorre mantenere, infine, all’Europa, connesso com’è con le sorti della sua vita economica, il suo grande ruolo spirituale, senza del quale tutti i paesi del mondo sarebbero diminuiti.

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Pagina modificata Thursday 23 October 2008