Il Commento

Adriano Olivetti e le “Edizioni di Comunità”

di Beniamino de’ Liguori Carino

I documenti riprodotti qui di seguito sono alcuni frammenti della documentazione riguardante l’attività editoriale promossa ed intrapresa da Adriano Olivetti nel periodo che intercorre tra la fine della seconda guerra mondiale e il 1960, anno della morte dell’imprenditore piemontese. Tali documenti sono venuti alla luce nel corso dell’attività di ricerca svolta da chi scrive per la stesura della propria tesi di laurea, sostenuta nel 2005 presso la cattedra di “Storia dell’Europa”e intitolata: La politica della cultura: Adriano Olivetti e le “Edizioni di Comunità” (1946-1960). Nella tesi viene ricostruita la vicenda storica della casa editrice fondata nel 1946, inoltre, nella seconda parte, si offre una valutazione complessiva e ragionata del ruolo giocato dall’iniziativa editoriale di Olivetti nello sviluppo di alcune direttrici culturali e socio-politiche sperimentate dalla società italiana a partire, appunto, dal secondo dopoguerra.

Il tratto distintivo che caratterizza la vicenda olivettiana è la molteplicità dei campi d’azione che la compongono, tra i quali l’attività editoriale rappresentò una porzione fondamentale, la cui centralità e complementarità è spesso sottaciuta, sia rispetto alla totalità delle iniziative adrianee, sia nella valutazione dell’impatto di questa esperienza sulla storia sociale, culturale e finanche economica italiana. Non è questa la sede appropriata per avventurarsi in un difficile ed articolato esame che esaurisca in maniera soddisfacente e completa un movimento tanto complesso e vario quale quello prodotto dal pensiero e dall’azione di Adriano Olivetti. Per questo si può tranquillamente fare riferimento alla ricca bibliografia che in più di quarant’anni si è formata intorno allo studio di questa straordinaria figura del Novecento italiano e su cui si fornisce qui un’indicazione essenziale.

Prendendo in esame la storia della Casa nel suo complesso, appare evidente che, al di là degli apporti offerti nelle singole discipline, le “Edizioni di Comunità” si proposero, con risultati apparentemente conseguiti, come un veicolo di generale svecchiamento della cultura italiana, sia sul piano umanistico che scientifico in un momento storico in cui, come ha sostenuto Franco Ferrarotti nella testimonianza resa a completamento della ricerca, il ritardo culturale italiano nel quadro mondiale era evidente e tangibile. Ed è proprio in questo contesto di rarefazione culturale che si colloca l’azione di rottura e di ricostruzione intrapresa dalle “Edizioni di Comunità”.

Nella medesima intervista, Ferrarotti sottolinea come l’attività della casa editrice entrò nel tessuto culturale del dopoguerra con modalità e proposte dirompenti, spesso demolitive, ma, simultaneamente, con una grande carica rigeneratrice e ricostruttrice. Le Edizioni sembrarono, infatti, proporre una cultura che non si esauriva nella protesta, ma puntava “alla riforma, al rigoroso impiego dei valori scientifici, alla razionalizzazione della giustizia”[1].

Questo aspetto è quello che apparentemente meglio di tutti gli altri è in grado di stabilire il ruolo avuto dalla casa editrice nella cultura italiana contemporanea, qualificandone e delineandone al contempo idee, ideali, programmi e finalità, offrendo perciò, in un contesto storiografico privo di studi monografici, una preziosa opportunità di avvicinare l’argomento nella sua totalità ed in autonomia dalle altre iniziative olivettiane. Ciò che si cerca di mettere in evidenza lungo tutto il lavoro svolto dall’autore è proprio la natura ambivalente, o multifunzionale delle “Edizioni di Comunità”, caratteristica che si compie nelle forme sopra descritte e che le conferisce un connotato di originalità.

Nel periodo preso in considerazione, l’attività delle “Edizioni di Comunità”, divisa tra un catalogo di testi e alcune riviste e periodici specializzati, si colloca peraltro in un contesto storico che vide, ha scritto Tranfaglia, “un proliferare di nuove piccole case editrici di carattere particolarmente saggistico”[2], nate dal fermento e dal dibattito che si verificò in Italia a conclusione del periodo bellico. Tra queste, precisa ancora Tranfaglia, furono molte quelle che, essendo politicamente impegnate, non ebbero uno sviluppo felice, allorquando si collocarono al di fuori dei due schieramenti culturali prodottisi con il progresso della guerra fredda[3].

Considerazioni analoghe possono essere fatte anche nel valutare l’esperienza delle “Edizioni di Comunità”. Tuttavia, l’accettazione di questo metodo necessita, nel caso delle Edizioni, di alcune precisazioni. Il catalogo delle “Edizioni di Comunità”, così come articolato nel quindicennio 1946-1960, al pari delle altre attività di punta della Casa (quali le riviste “Comunità”, “Metron-architettura”, “Zodiac”, ecc. ), dimostra che il progetto editoriale di Olivetti non può essere ridotto alla mera definizione di strumento al servizio di un’iniziativa politica, errore di valutazione in cui è facile incorrere. Per un verso è verosimile che il carattere e la natura delle proposte culturali portate avanti da Olivetti, anche attraverso la casa editrice, rappresentarono il tentativo di incamminarsi lungo una così detta “terza via”, assai affine a quella di altri gruppi generalmente racchiusi nella definizione di “terza forza”, intendendo l’azione culturale trovare e creare in tale contesto una dimensione politica attraverso ed entro la quale muoversi ed agire.

Tuttavia la specificità del complesso e articolato attivismo olivettiano si distingue dalle altre esperienze dello stesso periodo in virtù di alcune peculiarità che non possono essere trascurate, differenze qui sommariamente riassunte nel modo seguente. Sulla base del profilo seguito nello sviluppo de La politica della cultura, si può affermare che l’azione del Movimento di Comunità, il soggetto politico creato da Olivetti nel 1947, in linea con tutto l’impianto ideologico olivettiano, pur attuando, a partire dai primi anni Cinquanta, una strategia politica classica, sia indipendente che di alleanze con altri soggetti partitici attivi a Roma[4], si poneva all’interno di un progetto ‘binario’ sostanzialmente apolitico o metapolitico. Progetto che trovava ispirazione nella promozione di una società nuova che nella sua articolazione fosse consapevole e spiritualmente rispettosa delle proprie radici cristiane, fondamento di una società e fine ultimo a cui tendere per la costruzione di una vera civiltà[5]. In tale disegno progettuale le proposte editoriali entravano con l’aspirazione di dotare la società civile e la classe politica di nuovi strumenti scientifici e di una rinnovata e rinvigorita coscienza spirituale.

Ecco il motivo per il quale non è possibile collegare o addirittura sottomettere con disinvoltura l’organizzazione culturale, che si annovera anche qui tra le finalità delle “Edizioni di Comunità”, ad un discorso politico d’accezione comune. Questa è anche la ragione della distinzione compiuta nella Dichiarazione politica del Movimento Comunità[6] ed alla quale si richiama il titolo del lavoro da cui prendono spunto queste righe: la differenziazione, cioè, tra politica culturale e politica della cultura.

Le “Edizioni di Comunità”, insieme con gli altri piani d’intervento olivettiani diretti alla soluzione delle ambiguità prodotte da alcuni aspetti dello sviluppo contemporaneo, oltre che a restituire una dimensione più umana alla vita sociale e individuale, senza per questo frenare l’incivilimento, costituirono l’interfaccia operandi dell’ideale guida della stessa vicenda umana, professionale, di riformatore e uomo politico di Adriano Olivetti.

La casa editrice, nata idealmente ad Ivrea ma con sede a Milano, con la sovrapposizione di diversi piani riassumibili in due grandi aree tematiche, una tecnico-scientifica, l’altra spirituale-filosofico-religiosa, può essere così considerata come uno degli strumenti principali per l’affermazione dei principi olivettiani. Questo complesso meccanismo, che secondo quanto si sostiene nelle tesi portate avanti in La Politica della cultura non può essere considerato in termini di propaganda politica, fece della casa editrice un soggetto-strumentale con un valore estrinseco autonomo, nonostante agisse per l’affermazione dell’idea che lo produsse e che contemporaneamente esso stesso esprimeva.

A queste considerazioni vanno aggiunti i risultati effettivamente prodotti dall’azione editoriale, che, al di là di qualsiasi giudizio, rappresentarono un progresso per la cultura italiana di cui ancora oggi si godono i risultati: “un trapianto che poi si è risolto in una disseminazione di stimoli straordinari che ancora oggi stanno germogliando”[7]. In definitiva, si può ritenere che la casa editrice abbia contribuito ad offrire una soluzione alle annose questioni relative a come si possa “pianificare senza burocratizzare, industrializzare senza disumanizzare, rinnovare e spingere la creazione di ricchezza senza rovinare l’ambiente”[8], nonché, in breve, a come si possa “essere tecnicamente progrediti senza diventare per questo interiormente imbarbariti”[9].

Tra le più innovative aree di dibattito, vanno ricordate quella sulla pianificazione urbana e sociale, su un’architettura a servizio dell’uomo, o sullo studio sistematico degli spazi e delle dinamiche sociali all’interno delle comunità. Non a caso, nel tracciare un sunto della prima stagione della vita delle Edizioni, che si conclude evidentemente con la morte del suo ispiratore, Renzo Zorzi, per anni a fianco di Olivetti nella direzione della Casa, scrive che molti dei testi proposti allora “sono poi, lentamente, impetuosamente, entrati come elementi caratterizzanti della nuova cultura, o hanno costituito recuperi indispensabili, attraverso la cui conoscenza era necessario passare”[10].

L’eccezionalità della casa editrice di Adriano Olivetti è riscontrabile soprattutto nelle modalità attraverso le quali tutto questo venne perseguito e nell’organizzazione formale nella quale ciò poté esprimersi. Senza considerare il ruolo coagulante che la Casa ebbe per molti dei migliori cervelli dell’epoca (furono pubblicati o passarono per le stanze delle Edizioni personaggi come Simone Weil, Lewis Mumford, George Friedmann, Ignazio Silone, Ernesto Rossi, solo per citarne alcuni), uno degli aspetti più interessanti è quello delle strategie di diffusione delle pubblicazioni. Il privilegio attribuito alla politica degli omaggi, la pressoché totale mancanza di strategie di marketing sottolineano la particolarità dell’esperienza in questione. Se si considera, infine, che per la campagna elettorale del 1958 Olivetti decise e attuò la costituzione di una nuova casa editrice, le “Edizioni Nuova Europa”, invece di affidarsi alle già navigate e rinomate “Edizioni di Comunità”, si può giungere alla conclusione che queste ultime, come acutamente rilevato da Ferrarotti, detenessero per il loro editore un ruolo quasi sacro, avessero cioè, in altre parole, un significato ed un valore che trascendevano le caratteristiche di una iniziativa virtuosamente finalizzata, ma comunque sottomessa alle regole un po’ disumanizzanti della contemporaneità, per questo andassero preservate attraverso modalità gestionali fuori dalla norma.

Il valore della documentazione che viene presentata, al di là della peculiarità dei singoli documenti, ciascuno accompagnato da una specifica introduzione, appare duplice. Da una parte, infatti, essa contribuisce alla comprensione del progetto “Edizioni di Comunità”, fornendo esempi dei filoni culturali seguiti e chiarendo finalità e intenti della casa editrice. Dall’altra, sollecita la riflessione su materiali e documenti, per la maggior parte consultabili presso la Fondazione Adriano Olivetti di Roma <www.fondazioneadrianolivetti.it>, che possono servire come spunto per future ricerche su una storia che presenta significativi intrecci con molti altri soggetti socio-politici e culturali attivi nel secondo dopoguerra.


[1] Geno Pampaloni, Adriano Olivetti: un’idea di democrazia, “Edizioni di Comunità”, Milano 1980, p. 66.

[2] Nicola Tranfaglia e Albertina Vittoria, Storia degli editori italiani, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 443.

[3] Ibidem.

 [4] Il Movimento Comunità partecipa con successo alle elezioni amministrative del 1952 e alle politiche del 1958 conquistando un seggio alla Camera dei Deputati. Sulla storia del Movimento di Comunità si veda Umberto Serafini, Adriano Olivetti e il Movimento Comunità Officina Edizioni, Roma 1982, nonché: AA. VV., Dichiarazione politica, “Edizioni di Comunità”, Milano, 1953; Giancarlo Lunati, Con Adriano Olivetti alle elezioni del 1958, Scheiwiller, Milano,1985; Giulio Sapelli e Roberto Chiarini, Fini e fine della politica, “Edizioni di Comunità”, Milano 1990.

[5] Scrive Olivetti nell’aprire L’Ordine politico delle Comunità, iltesto cardine dell’impianto ideologico olivettiano: “Servire la pace e la civiltà cristiana con la stessa volontà, la stessa intensità, la stessa audacia che furono usate a scopo di sopraffazione, distruzione, terrore” (Adriano Olivetti, L’ordine politico delle Comunità, “Edizioni di Comunità”, Milano, 1946). Per la definizione dei caratteri di una “vera civiltà” per Olivetti cfr. Id., Città dell’Uomo, “Edizioni di Comunità”, Milano 1960, pp. 5-10.

[6] AA. VV. , Dichiarazione politica, “Edizioni di Comunità”, Milano, 1953.

[7] Testimonianza di Franco Ferrarotti.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] R. Zorzi, Catalogo generale 1946-1982, “Edizioni di Comunità”, Milano 1982, pp. XV-XVI.

Pagina modificata Thursday 23 October 2008